Nel 1970 un trio di diciottenni di West London fa il suo ingresso negli Island Studios (dove gli Zeppelin hanno da pochissimo finito di registrare il loro secondo lavoro) per produrre il loro album d'esordio. Sono Mark Sheater al basso, John Simms alla chitarra (e autore dei pezzi) e Ken White alla batteria. Hanno vinto un contest al Marquee, e Ashley Kozak, produttore di Donovan, dà loro la possibilità di firmare, sconosciuti e giovanissimi, un contratto con la neonata (e negli anni celebre) Vertigo, costola progressiva della Phonogram (altri tempi per i giovani musicisti). "Clear Blue Sky" è un album molto interessante, che pur avendo solide radici blues mostra capacita di sperimentare e una sorprendente maturità esecutiva (quella compositiva è un gradino più sotto). Le registrazioni (non proprio perfette) conferiscono un paradossale senso di ruvida immediatezza e onestà all'intero lavoro, la che si avverte, ad esempio, in lavori come "Boy" o "In Utero". In generale il mood richiama, accanto alle celebri band del momento, una certa atmosfera low-fi tipica del garage-rock recente. Il disco si compone di due parti distinte. Il lato A è interamente occupato dalla suite "Journey to the inside of the sun", suite in tre atti di quasi 18 minuti: l'intro crimsoniano di "Sweet Leaf" dà l'avvio a un blues strumentale incalzante, stile "Roadhouse Blues" (chiaro il riferimento chitarristico attorno al primo minuto), alternato a piccoli squarci psichedelici; "The Rocket Ride", a seguire, propone numerosi cambi di tempo e di mood, con Simms impegnato tra riff, canto ed i primi assoli, che tanto ricordano l'ispiratissima spontaneità di un altro diciottenne, quel Keith Cross enfant prodige dei T2 di "It'll all work out in Boomland. "I'm Coming Home", a chiudere, pezzo molto Cream (Simms lavorerà in seguito con Ginger Baker) con intermezzi ancora vagamente crimsoniani. E' forse tuttavia il pezzo seguente a costituire il picco dell'album, quella "Mistify" che apre il lato B, in cui il proverbiale intreccio di cadenze si giova tanto del tocco chitarristico di Simmons (da Clapton a Page, da Fripp a Hendrix le influenze sono numerosissime e, cosa sorprendente, ottimamente amalgamate in un ragazzo poco più che adolescente) quanto del pathos di alcune ripartenze (in particolare quella attorno al quarto minuto, così vicina alle atmosfere tese di marca T2). "Tool of My Trade" è un altro splendido pezzo, ed è quello che forse colpisce più di tutti, per una struttura triadica che propone stili totalmente diversi: Intro rilassato stile psichedelia west coast; una sorta di bridge chitarristico - ripreso nel finale - che potrebbe essere tranquillamente pescato da qualche garage band dei primi anni 90; intermezzo irresistibile e inaspettato attorno al secondo minuto e mezzo, la chitarra priva di effetti e il drumming dinamico, con l'ascoltatore che inquadra, inaspettatamente, pezzi indie che non avrebbe mai creduto di incontrare qui. "My Heaven" accentua i toni mistici, col basso in alternanza d'ottava, l'acustica effettata, e il beat cadenzato di "The End"; il passaggio al folk rock sarebbe completo, se non vi fossero le sfuriate di rullante e l'assolo di chitarra finale a richiamare le radici heavy blues del lavoro. "Birdcathcer", in chiusura, combina il rif e il cantato zeppeliniani con un'intromissione flautistica che non può non ricordare i Tull, anche se il piano sonoro è quello crimsoniano di 21st century.
Nel 2003 la Repertoire ha ristampato l'album su cd (un bel cartonato, pare limitato a 2500 copie, oggi acquistabile a prezzi molto abbordabili). La copertina è del leggendario Roger Dean, con il tipico intreccio arcadico-tecnologico che caratterizza i suoi lavori.
COUNTRY: ITA
SOURCE: 2005 CD, Reissue.
AUDIO FORMAT: WAV
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